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PALA DI FICO D’INDIA A TAGLIERE O TAGLIERE A PALA DI FICO D’INDIA? 

Pala&Paletta

Chi cerca non smetta di cercare fino a che non avrà trovato…

Queste parole che ho letto mi frullano sempre nella testa. Quando mi trovo in posti nuovi mi si accende una sorta di radar alla ricerca di cose particolari, soluzioni sorprendenti, regole di un progetto che non si vedono ma capaci di stupire e calamitare la mia attenzione.

Ed è quello che è successo in un negozio a Castelbuono in provincia di Palermo. Si chiama PUTIA sicilian creativity_art | handicraft | souvenir | collecting. Tra gli oggetti, i souvenir e le varie collezioni di artigianato mi sono sentita chiamare (seee, vabbè…in questo negozio ci sono anche oggetti animati?)  da un tagliere a forma di pala di Fico d’India (che in pratica ho comprato).

PALA & PALETTA è il nome del progetto.

E’ un tagliere con poggiamestolo in legno di frassino, un incavo fa da contenitore al mestolo in legno di radica di ulivo. Nel progetto c’è il “rimando complessivo alla pala di fico d’india, […] e, a Castelbuono, contenitore naturale utilizzato per la raccolta della manna”.

E’ un bel tagliere e averlo in cucina rimanda sempre al fico d’India e ai diversi usi che se ne facevano:  senza spine venivano usate per le insalate, spaccate, per curare tagli e ferite aiutando il processo di cicatrizzazione. Inoltre sia i fiori che i frutti hanno eccellenti proprietà che i nostri nonni conoscevano bene.

La pianta  del fico d’india (Opuntia ficus-indica), anche se in Sicilia è ovunque, è una pianta originaria del Messico, infatti India era il nome del continente americano (Indie occidentali) prima di essere chiamato America. E’ una specie naturalizzata, importata da altri luoghi e spontaneizzata e si differenzia dalle specie autoctone perché sono piante nate e cresciute in una certa zona.

Mi chiedo e chiedo: il Fico D’India è icona della Sicilia?

 

 

un portaocchiali ri_pensato

Gli occhiali per tanta gente sono oggetti indispensabili e forse per alcuni quasi vitali, per il compito, che questi supporti visivi hanno, di correggere la vista.  Ve ne sono di ogni forma e colore, per tutti i gusti, per tutti i visi e anche per chi vuole solo ripararsi dal sole. La loro storia come si legge da questo articolo pare che inizi dal filosofo Seneca che “faceva uso di sfere di vetro piene di acqua per ingrandire l’immagine e vedere più chiaro” mentre furono “i monaci italiani del XIII secolo che costruirono lenti convesse che utilizzavano per aumentare la grandezza delle parole sui manoscritti”, fino ad arrivare ai nostri giorni e all’abbondante possibilità di scelta.

Non voglio parlare dell’oggetto occhiale, ma del contenitore chiamato porta-occhiali o astuccio, che ne accomuna le diverse tipologie, indipendentemente dall’utilizzo.
Di porta-occhiali ne esistono tantissimi, di varie forme, colori e soluzioni, ma quello che mi ha incuriosito è un porta occhiali inconsueto, il risultato di un vero e proprio progetto, diverso dal classico astuccio più o meno colorato munito di feltro o cerniera. portaocchiali_chiuso_soluzionare
E’ un parallelepipedo che, aperto e senza l’occhiale, si trasforma, perde la sua plasticità e consistenza volumetrica e diventa un elemento piatto, un unico foglio. Ricorda quei giochi con il cartoncino per la costruzione di figure solide.
E’ un rettangolo suddiviso in cinque piegature, una delle cinque piegature ha applicati due quadrati che servono per chiudere i laterali del parallelepipedo che si genera ripiegando il foglio, e una volta chiuso due calamite interne ne bloccano la chiusura.

portaocchiali3

La parte esterna è ricoperta da un materiale lavabile e decorato, mentre nella parte interna c’è un tessuto di cotone antigraffio per le lenti.

E come si dice in questi casi: il tutto è meglio evidenziato nelle immagini allegate 🙂

Mi chiedo: e se cominciassimo a guardare gli oggetti che ci circondano con l’intento di scomporli e ricomporli?

okkifactory.it è il laboratorio creativo da dove nasce l’idea.

portaocchiali1

A COSA SERVE?

A cosa serve?” è la domanda che adoro fare quando mi ritrovo nella sua cucina tra aggeggi e utensili di ogni forma e stile, quando vado per mega negozi specializzati in oggetti casalinghi e arnesi vari. La curiosità, il fascino e la meraviglia è capire a cosa servono, osservare le forme e le proporzioni, i vari incastri e anche cercare le loro storie, chi li ha inventati, scoprire il perché di ognuno e quale problema ha generato quella soluzione.

C’è un oggetto da utilizzare per le noci che merita attenzione. In questi giorni invernali le noci sono ovunque e tutti sappiamo che per poter mangiare la parte commestibile della noce, chiamata in botanica seme, bisogna “eliminare” il guscio legnoso e rugoso diviso in due metà (endocarpo, sempre per i botanici!) e, per farlo occorre lo SCHIACCIANOCI. Utensile molto utile, ne esistono tanti modelli e nella letteratura fantastica  anche animati, da cui è tratto il famoso balletto con musiche di Čajkovskij.

Ma, il designer Jim Hannon-Tan nel 2002 ha progettato per Alessi un oggetto che “è un piccolo punteruolo che ricorda nella forma i semi dell’acero” chiamato APRINOCI Nut splitter, il punteruolo penetra nella fessura tra i due gusci e con una piccola rotazione apre le due parti e libera il gheriglio.ALESSI-APRINOCI-NUT-SPLITTER-extra-big-772

E’ una “genialata” perché non schiaccia le noci, ma le apre. Questo gesto lo vedevo fare con la punta del coltello ai miei nonni maschi quando ero piccola raccomandandomi di non rifarlo perché ci si poteva far male, e quando l’ho visto per la prima volta è stata una conquista!

Oltre ad aprire le noci come facevano i miei nonni è bello poter spiegare a cosa serve a chi me lo chiede.

Foto tratta da internet